All’interno del progetto formativo di I’Mm, diamo grande spazio alla pubblicazione di libri indipendenti come parte integrante del processo creativo. Realizzare un libro fotografico per noi è un passaggio fondamentale per rendere il progetto concreto, tangibile, condivisibile. Il libro diventa un luogo in cui le immagini trovano una forma, un ritmo, una sequenza; uno spazio in cui il pensiero fotografico si struttura e prende corpo.

Lavorare sul libro significa interrogarsi sulle immagini in modo profondo: scegliere, escludere, mettere in relazione. La materia — la carta, il formato, la rilegatura — diventa parte del linguaggio, influenzando la lettura e l’esperienza dello spettatore. In un’epoca in cui le immagini scorrono velocemente sugli schermi, il libro restituisce tempo, attenzione e presenza, invitando a un incontro più lento e consapevole con il progetto.

La pubblicazione indipendente è anche un gesto di autonomia e responsabilità autoriale. Significa assumersi la cura del proprio lavoro dall’inizio alla fine, trasformando un’idea in un oggetto che può essere toccato, sfogliato, conservato. Rendere un progetto fotografico materico non è solo una scelta estetica, ma un atto politico e poetico: affermare che le immagini meritano spazio, durata e profondità, e che il processo creativo non si esaurisce nello scatto, ma continua nella forma che scegliamo di dargli.

I progetti fotografici sono stati curati da Michela Taeggi.

Musubi di Valentina Sala Peup

Musubi, in giapponese, significa “nodo / legare i fili”.

Il Nodo è l’elemento fondamentale per guardare sia verso il passato, sia verso il futuro, mentre si vive il presente. Indica il flusso del tempo, ma anche le connessioni che si creano tra le persone.

La Famiglia è Musubi:

legami che si intrecciano, si torcono, si aggrovigliano, si sbrogliano, si rompono. Nella mia Infanzia li ho visti spesso spezzarsi.

Ne sono derivate delle mancanze, dei buchi, delle radici tremolanti e nebulose, fonte di una nostalgia perenne, sognante, persino rassicurante, che ho idealizzato e in cui mi sono persa.

Persa in un Interstizio del Tempo, in un Luogo che per me è sempre stato Casa, pur non essendolo mai stato davvero. Sono tornata in quel Luogo e ho ri-connesso i fili, ho riavviato il flusso del mio tempo. I buchi del passato non si possono colmare, si possono solo accettare.

Musubi (l’opera) è proprio questo:

l’album delle mie radici spezzate, dei buchi in cui ho deciso di non vivere più.

 

Progetto grafico e legatoria a cura di Luca Cisternino.

200 passi nella polvere di Lidia Mingotti

Questo progetto nasce da un doloroso ricordo di famiglia che mia mamma a volte mi raccontava, ma a cui non prestavo molta attenzione. Rovistando in un cassetto con foto di famiglia sparse ho avuto fra le mani la fotografia di mia mamma piccola in braccio a mia nonna Maria. Ed è stato come se i suoi occhi mi chiedessero di dare dignità a quella storia e ho cominciato ad indagare in varie direzioni: biblioteche, archivi, giornali, persone. Ho scoperto date precise e fatti sconosciuti, ma alcuni elementi sono rimasti misteriosi.
200 sono i passi che separano il passaggio a livello dal cimitero di Cazzago dove esse stavano piangendo il papà e il fratello morti da poco.
Un rumore spaventoso.
La sottile paura diventa angoscia…
… nella strada polverosa passi affrettati …affannati … sempre più angosciosi
e la scoperta della tragedia.
Angelo, l’unico fratello rimasto, stava attraversando i binari con un carro carico di
covoni di grano e il treno lo aveva travolto e ucciso.
In un attimo la vita si fermò.
E poi…solitudine…povertà…
…e poi in fondo, ma molto in fondo uno spiraglio di luce, quasi un luccichio.
La piccola Teresa aveva bisogno di questa luce.
Ho voluto tradurre in fotografia questo ricordo e la mia presa di coscienza, come se
sollevassi la polvere depositata su persone e storie lontane.
Ricordare : dal latino re-cordis = riportare nel cuore
Questo progetto mi ha riportato nel cuore un pezzo di vita quasi dimenticato.

 

Progetto grafico e legatoria a cura di Luca Cisternino.

Dear Mom, Dear Daughters…  di Paola Benedetti

“Dear Mom, Dear Daughters” nasce dal mio desiderio di raccontare, attraverso le memorie familiari, un legame tra generazioni, una storia di donne legate da un sentimento profondo che attraversa il tempo. Attraverso la sovrapposizione di fotografie di mia madre da giovane con ritratti attuali delle mie figlie e mie, ho creato un ponte temporale dove il passato e il presente si toccano. Ogni immagine diventa per me una lettera d’amore, un dialogo emotivo fatto di gesti e di sguardi, e di libertà tramandata con delicatezza.

Progetto grafico a cura di Luca Cisternino.

L’inganno di Marco Cavallanti

Ispirandosi al brano Don Giovanni di Lucio Battisti, il fotografo esplora il tema del doppio e della presunta separazione degli opposti, coinvolgendo due attrici che interagiscono tra loro. I soggetti, attraverso un gioco di osservazione e narrazione, si confrontano tra passato e presente, arrivando a comprendere che le due figure rappresentano, in realtà, la stessa persona.

Perché Battisti? La sua musica e, in particolare, la sua “seconda vita” musicale, spesso controversa e da alcuni definita sperimentale fornisce un punto di partenza ideale per questa riflessione.
Il fotografo, citando una strofa del brano Don Giovanni all’inizio del suo statement “E scrivi che non esisto quaggiù, che sono, l’inganno” sottolinea il riferimento alla “negazione dell’esistenza”, un tema che nel contesto del brano omonimo rappresenta una crisi identitaria o un rifiuto di aderire a schemi prestabiliti. Questo potrebbe essere interpretato, come un rifiuto delle certezze e delle convenzioni, un atteggiamento che sovverte la tradizione, rappresentandone una frattura vera e propria.

Il progetto del fotografo sembra così indagare proprio questa tensione irrisolta, invitando lo spettatore a confrontarsi con il proprio lato oscuro, la propria dualità interiore.

 

Progetto grafico e legatoria a cura di Luca Cisternino.

Scorrere di Sara Baroni

Si possono riconoscere persone o luoghi attraverso la lettura dell’acqua? L’acqua non è mai stata una mia grande amica ma ultimamente ne sono catturata. Il lago (in questo caso il Lario) mi ha regalato immagini surreali, colori ed increspature sempre diverse, molto spesso aiutate dai venti, tutti molto diversi tra loro. Facendo una ricerca sulla parola “acqua”, a volte ricerche fatte a caso prendendo la cosa da lontano, in internet, ho notato che una parola nella quale mi sono spesso imbattuta è il verbo “scorrere”. Scorrere è un verbo sempre più presente nelle nostre vite, soprattutto in questo periodo, in questi anni, dove tutto sembra scorrere velocemente, comprese le dita sul cellulare alla ricerca di qualsiasi cosa. lo però in questi scatti riconosco luoghi o persone incontrate sino ad ora. Amo fotografare l’acqua del lago. A volte con scatti fatti a raffica, altre volte più lentamente contando mentalmente tra uno scatto e l’altro. In entrambi i casi, da queste sequenze, si può percepire il lento ma inesorabile passare del tempo. Dopotutto anche nei ritratti fotografici “convenzionali” anche se in maniera meno immediata questa cosa accade. A volte può essere una cosa positiva il lasciare andare, a volte doloroso, a volte necessario. Dopotutto il bello del fotografare è anche questo. Ognuno ci si riconosce in maniera diversa e personale.



Il mio spazio intimo e riservato di Giambattista Uberti

Nell’opera di Giambattista Uberti il corpo diventa esperienza poetica attraverso il linguaggio fotografico. Il corpo è confine sottile tra una realtà esterna ed una realtà interna, intima e segreta, labile e forte nel contempo. L’autoritratto è spazio di osservazione profonda dove è possibile percepire le sfumature più intime di sé stesso. Giambattista si spoglia delle sue insicurezze e trova nel mezzo fotografico un alleato prezioso. Si svela al mondo con coraggio. Un mondo per lui spesso ostico. Il tremore dell’epilessia fa da barriera nelle sue relazioni. Fin dalla giovane età è deriso per quei movimenti non controllabili. Il ricordo, seppur doloroso, in queste fotografie è simbolicamente rappresentato da alcuni oggetti: un orologio a pendolo, alcune confezioni di medicine, un tracciato dell’elettrocardiogramma che per l’andamento oscillatorio delle sue linee, lo possiamo ritrovare nell’acqua fotografata fuori da un bicchiere di vetro e una maschera anonima. Quest’ultima, oggetto dalla simbologia antica con una valenza apotropaica e ancestrale, funge per Giambattista da strumento di alienazione parziale per evitare l’allontanamento sociale. Corpo e oggetti dialogano tra loro, pagina dopo pagina, in una danza vorticosa, a tratti drammatica. L’autoritratto da pratica artistica diventa così pratica rituale; una sorta di mise en scene dove attraverso la posa, Giambattista, ritrova la propria libertà espressiva. Il suo atto poetico si conclude svelando il proprio volto, celato troppo a lungo dietro una maschera fittizia che l’ha protetto e ingabbiato in un dolore troppo grande per essere visto. Il rituale è concluso, la maschera, tenuta fra le mani come oggetto prezioso, svela occhi stanchi. Uno sguardo quasi fanciullesco e indifeso ci osserva. Come scrive L.R.Munoz: “ L’ Io dell’essere poeta è generoso e profondo, perché non vuole suscitare emozioni usando le proprie vicissitudini, ma usando l’ Io creativo capace di allontanarsene per poi poterle esprimere; non confessa ciò che vissuto, ma come l’ha vissuto usando il linguaggio poetico”. (Michela Taeggi)

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