La luce alla fine del giorno
Uscire da una mostra e sentirsi più responsabili nei confronti di chi verrà dopo di noi non è cosa da tutti i giorni. La fotografia è in grado di scuotere le coscienze e, come in questo caso, di far aprire occhi e cuore sul problema del cambiamento climatico, ormai in atto. Questa mostra racconta una storia di sopravvivenza, resilienza e, soprattutto, speranza. “The Day May Break. La luce alla fine del giorno” si apre con le parole del suo autore, Nick Brandt: «Siamo dei buoni antenati? Stiamo considerando l’impatto ambientale che le nostre azioni avranno sui miliardi di persone non ancora venute al mondo?». Facendo riferimento a Jonas Salk, il virologo che inventò il vaccino antipolio, aggiunge: «Se vogliamo essere buoni antenati, dobbiamo mostrare alle generazioni future il modo in cui abbiamo affrontato un’epoca di grandi cambiamenti e grandi crisi».
C’è davvero molto da dire su Nick Brandt, straordinario fotografo britannico o, come ama definirsi lui stesso, «un uomo con una missione». Attraverso il medium fotografico e un’estetica ricercata, Brandt denuncia la progressiva scomparsa del mondo naturale causata dall’azione umana. Il progetto, iniziato nel 2020, documenta gli effetti del cambiamento climatico in cinque Paesi tra Africa, America Latina, Oceania e Medio Oriente. Il quarto capitolo, commissionato parzialmente da Intesa San Paolo, è stato realizzato in Giordania nel 2024 e viene presentato per la prima volta a Torino, presso le Gallerie d’Italia. La mostra “The Day May Break. La luce alla fine del giorno”, curata da Arianna Rinaldo, è una mostra da non perdere.
The Day May Break. La luce alla fine del giorno, © Nick Brandt, Gallerie d’Italia, Torino, 2026.

Fotografia di backstage. Alice Stanley e Najin. Nick-Brandt di spalle in primissimo piano. Gallerie d’Italia, Torino, 2026.
La carriera di Brandt ha inizio nella regia di video musicali dove vanta la collaborazione con Michael Jackson per Earth Song, girato in Tanzania nel 1995. Esperienza che lo ha portato a innamorarsi profondamente della natura e a scegliere la fotografia come suo principale mezzo espressivo. Per questo grande amore, nel 2010 ha co-fondato la Big Life Foundation per combattere il bracconaggio in Africa Orientale.
«Distruggendo la natura, alla fine distruggeremo noi stessi».
– Nick Brandt
The Day May Break. La luce alla fine del giorno, Nick Brandt, Gallerie d’Italia, Torino, 2026.
Capitolo 1 e 2
In Kenya, Zimbabwe e Bolivia, Nick Brandt ritrae uomini e animali all’interno delle riserve naturali: entrambi sopravvissuti ai disastri ambientali causati dal cambiamento climatico. Sono fotografie che catturano lo sguardo e lo costringono a confrontarsi con le responsabilità dell’essere umano nei confronti del pianeta. Attraverso un’estetica estremamente ricercata, Brandt racconta storie di resilienza, perdita e, al tempo stesso, speranza. A colpire sono soprattutto gli sguardi degli uomini e degli animali, sorprendentemente simili, come se fossero legati da una connessione profonda e silenziosa. La nebbia, creata direttamente sul set con macchine del fumo, diventa il simbolo di un mondo naturale che sta rapidamente svanendo davanti ai nostri occhi. E poi c’è quella lampadina sospesa all’interno dell’inquadratura: una luce tenue ma costante, che sembra rappresentare una speranza che, nonostante tutto, continua a resistere.
The Day May Break. La luce alla fine del giorno, Nick Brandt, Gallerie d’Italia, Torino, 2026.
Capitolo 3
Alle isole Fiji, Brandt, ritrae uomini e donne delle comunità costiere locali, destinati nei prossimi decenni a vedere scomparire terre, abitazioni e mezzi di sostentamento a causa dell’innalzamento del livello del mare. Sono ritratti realizzati sott’acqua, sul fondale marino ma ripresi come se fossero sulla terraferma: seduti ad aspettare su una panchina o a un tavolo, mentre giocano come se fossero in un parco gioco o adagiati sul letto. Sono fotografie di grande impatto visivo ed emotivo, difficili da dimenticare. La dimensione surreale delle scene rende ancora più concreto il senso di vulnerabilità e precarietà che attraversa queste comunità. Per realizzare gli scatti, Brandt ha lavorato a pochi metri dalla superficie del mare, utilizzando pesi nascosti sotto gli abiti dei soggetti ritratti per impedire che galleggiassero.
“Non siamo stati noi a causare il cambiamento climatico, ma ne siamo vittime. Le persone oggi sono più consapevoli della questione ambientale, ma in pochi hanno davvero capito quanto il problema sia serio”.
Volitiviti Niutabua
The Day May Break. La luce alla fine del giorno, Nick Brandt, Gallerie d’Italia, Torino, 2026.
The Day May Break. La luce alla fine del giorno, Nick Brandt, Gallerie d’Italia, Torino, 2026.
The Day May Break. La luce alla fine del giorno, Nick Brandt, Gallerie d’Italia, Torino, 2026.
Capitolo 4
Le fotografie di «The Echo of Our Voices» sembrano provenire da un tempo lontano, quasi sospeso fuori dalla storia. Per la loro straordinaria raffinatezza compositiva e la potenza simbolica delle scene, ricordano immagini appartenenti a un racconto biblico o a un’antica epopea. Nick Brandt realizza quest’ultimo capitolo della serie in Giordania, nel deserto del Wadi Rum, lasciandosi ispirare dalle incisioni e dalle illustrazioni di Gustave Doré. Arrivato in Giordania incontra alcune famiglie siriane sfollate nei campi, che invita successivamente ad essere ritratte nel deserto.
The Day May Break. La luce alla fine del giorno, Nick Brandt, Gallerie d’Italia, Torino, 2026.
Le fotografie sono accuratamente costruite, studiate nel minimo dettaglio. I corpi assumono una dimensione quasi scultorea, sono forti, fieri, dignitosi. Tutto intorno il silenzio del deserto, che diventa spazio metaforico di attesa. Le famiglie posano su pile di scatole che si ergono verso il cielo, una verticalità che suggerisce forza o sfida, fungono in tal modo da piedistalli per coloro che nella nostra società sono solitamente invisibili e inascoltati.
The Day May Break. La luce alla fine del giorno, Nick Brandt, Gallerie d’Italia, Torino, 2026.
In tutti i capitoli di questo straordinario progetto, Brandt restituisce agli esseri viventi la solennità. Sono uomini, donne, bambini e animali, che incarnano la fragilità e la resilienza dell’essere umano contemporaneo.
Quando ci si lascia alle spalle queste fotografie rimane il peso di una domanda inevitabile: quale mondo stiamo lasciando a chi verrà dopo di noi?
Di Michela Taeggi | 13/05/2026
Dal 18 marzo al 6 settembre 2026
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