Fotografia come atto politico. La retrospettiva di Carrie Mae Weems a Torino
Un tavolo, una luce e due sedie, un’ unica prospettiva: quella dello sguardo attento e diretto di Carrie Mae Weems. In questo spazio a tratti intimo e a tratti claustrofobico, si snoda un racconto costruito attraverso gesti quotidiani, intimi, segreti. Un ritmo visivo incalzante che dà forma a giornate dense di significato, interrogativi e prese di posizione. Attorno a Weems, protagonista indiscussa della serie, si avvicendano familiari, amici, amanti, trasformando lo spazio domestico — solo in apparenza neutro — in un non-luogo carico di affetto, potere, conflitto e resistenza. Kitchen Table Series è l’opera più iconica di Carrie Mae Weems, oggi in mostra a Torino all’interno della sua intensa retrospettiva.
Nata a Portland, Oregon, nel 1953, l’artista Carrie Mae Weems si forma inizialmente come danzatrice e performer, per poi dedicarsi alla fotografia a partire dagli anni ’80. Studia in istituzioni prestigiose come il California Institute of the Arts e l’University of California, San Diego. I suoi lavori sono intensi, a tratti ipnotici, mossi dal desiderio profondo di esprimere la propria esperienza personale come donna nera cresciuta negli Stati Uniti — un filo conduttore che attraversa tutta la sua ricerca artistica. Le sue opere, pur radicate in una prospettiva afroamericana, dialogano con un pubblico molto più ampio, sollevando interrogativi universali su identità, rappresentazione e giustizia. In oltre quarant’anni di attività, Weems ha utilizzato non solo la fotografia, ma anche video, installazioni e testi per indagare temi complessi legati a razza, genere, classe, memoria e potere.
Carrie Mae Weems è in mostra a Torino, presso le Gallerie d’Italia, con The Heart of the Matter fino al 7 settembre 2025. L’esposizione, realizzata in collaborazione con Aperture, è curata da Sarah Meister, già responsabile del dipartimento di fotografia del MoMA di New York.
La retrospettiva è densa di significati profondi, solleva interrogativi, destabilizza l’osservatore. Le opere in mostra sono vere e proprie indagini fotografiche che affrontano temi universali come l’identità culturale, il sessismo e la classe sociale. Nel labirinto vorticoso delle Gallerie d’Italia si snodano alcune delle serie più celebri di Carrie Mae Weems, capaci di riportare in superficie — con forza e lucidità — le radici storiche e culturali del popolo afroamericano.
«Ho capito di essere il punto di riferimento e il punto di vista che orientava lo sguardo dello spettatore verso tutte le persone come me nella storia. Più tardi, ho compreso che questo autoritratto fotografico era una musa e una guida verso l’ignoto. Questa musa è nata quasi per miracolo, dalla mia resistenza a fotografare altre persone senza il loro consenso e, in quel processo, ho scoperto un modo del tutto nuovo di lavorare e, di fatto, ho scoperto me stessa. Sia lodato il Signore.»
Il percorso inizia con “ Roamin” (2006) una serie di autoritratti in bianco e nero stampati in grande formato di Carrie Mae Weems. L’artista è avvolta in un lungo abito nero come fosse un drappo e posa all’interno di ampie vedute e monumenti storici che rappresentano il potere. In merito all’ideazione di questa performance fotografica ha affermato: “Potevo usare il mio corpo come un mezzo per guidare lo spettatore in quegli spazi, con grande consapevolezza, e metterli in discussione”.
@Carrie Mae Weems
La sua figura solitaria occupa strade vuote, si staglia nella storia, incoraggia l’osservatore a cercare dettagli nell’immagine e assaporare luci e ombre che creano trame complesse. Carrie Mae Weems si autoritrae di spalle, come a volerci guidare all’interno dell’immagine, dentro una storia che è anche la nostra: fatta di rovine, reliquie della conquista imperiale, scorci del ghetto ebraico, basiliche cattoliche, palazzi neoclassici e architetture fasciste costruite sotto il regime di Benito Mussolini. È un viaggio contemplativo, carico di significato, in cui a emergere è l’ideologia del potere e il suo peso sugli spazi e sulla memoria.
Nel medesimo spazio si trovano le fotografie della serie in progress Museums, in cui Weems, adottando le stesse modalità di Roamin’, si autoritrae in abito nero, con la sua Rolleiflex, di spalle e in piedi sulla soglia di musei di tutto il mondo. Le immagini, di formato panoramico, esaltano la grandiosità architettonica di questi luoghi. Il corpo di Weems, minuto rispetto alla monumentalità delle istituzioni che fronteggia, si staglia con forza: il suo stoicismo e la postura eretta le conferiscono il potere e l’autorità che solitamente vengono attribuiti al museo stesso. Attraverso questa serie, l’artista denuncia la persistente disuguaglianza nei confronti delle donne e degli artisti di colore all’interno delle istituzioni culturali.
Nella sala adiacente, lo spettatore è accolto dalle immagini di Scenes and Takes (2016), una serie di fotografie e testi in cui Carrie Mae Weems indaga la condizione delle donne nere nell’industria cinematografica e televisiva. L’artista si autorappresenta, questa volta a colori, all’interno dei set di celebri serie TV come Empire e Scandal. Le fotografie documentano la crescente visibilità delle persone nere sul piccolo schermo, riflettendo un panorama culturale in trasformazione.
Weems costruisce scenari ambigui e teatrali, dove realtà e finzione si mescolano: telecamere, cavi penzolanti e sipari scoperti svelano l’artificio della messinscena, invitando lo spettatore a interrogarsi su ciò che viene rappresentato e su chi lo racconta. Accanto alle immagini, pannelli testuali propongono sceneggiature immaginarie che amplificano e complicano la narrazione visiva. Il progetto richiama alla memoria i lavori di Cindy Sherman, in particolare la serie Untitled Film Stills, in cui l’artista denunciava gli stereotipi femminili nella cinematografia — donne sottomesse, in attesa, ridotte a figure bidimensionali. Allo stesso modo, Weems mette in discussione la rappresentazione delle donne nere, spesso semplificata e deformata da un’industria dominata dallo sguardo bianco e patriarcale.
@Carrie Mae Weems
Due sono le video-installazioni di Weems. Nella prima l’artista mette in scena il ricordo doloroso dello zio Frank Weems, vittima di linciaggio negli anni ’30 da un gruppo di bianchi, abbandonando così moglie e figli, in un’opera poetica e struggente dove si intrecciano fotografie, paesaggi del Sud, testi e voci. Leave Now! E’ dunque una riflessione intima e dolorosa che parla di trauma, lutto, giustizia e riparazione. L’opera di Carrie Mae Weems nelle immagini, nei testi, nei corpi che mette in scena ci chiede a gran voce di restare, guardare e ascoltare. Un’opera potente dove il pubblico sprofonda in un loop quasi metafisico.
La seconda video-installazione è The Shape of Things (2021) un’immersione teatrale nella crisi politica americana: dove la democrazia si trasforma in uno spettacolo grottesco, come parata destabilizzante e a tratti inquietante.
Nella sala centrale troviamo Preach, opera inedita realizzata per la mostra torinese. Weems esplora il ruolo della chiesa nera come spazio comunitario, spirituale e politico. Attraverso fotografie potenti, l’artista documenta momenti di raccoglimento, estasi collettiva, canto, riti religiosi che diventano atti di resistenza e cura. La Black Church non è solo luogo di fede ma cuore pulsante della cultura afroamericana, e Weems ne restituisce la forza silenziosa, l’energia contagiosa, la sacralità profonda. A colpire il pubblico sono dei lunghi remi lignei distribuiti nella sala come presenze silenziose. Sono oggetti carichi di significato, i remi evocano fatica, migrazione, resistenza, attraversamenti reali e metaforici. In dialogo con le fotografie che raccontano la spiritualità e la coesione della chiesa afroamericana, questi elementi materici suggeriscono un viaggio collettivo, un atto di fede e di sopravvivenza, una navigazione interiore e politica. I remi diventano così estensione della comunità ritratta da Carrie Mae Weems: strumenti con cui remare controcorrente, sostenere il peso della storia, attraversare le acque agitate della memoria e dell’identità.
In uno spazio più piccolo troviamo l’opera Painting the Town (2021), realizzata durante le proteste per George Floyd nella sua città natale, Portland, l’artista fotografa vetrine sbarrate, graffiti, scritte e tracciati urbani che raccontano una città in lotta. Ma ciò che colpisce è lo sguardo sul “dopo”: gli slogan cancellati, i segni della repressione, i dettagli della rimozione. Il paesaggio urbano diventa superficie viva, palinsesto di memoria e di conflitto, in cui l’artista si muove come archeologa della rabbia e della speranza.
La retrospettiva si chiude con l’opera più importante di Carrie Mae Weems : Kitchen Table Series. Composta da venti fotografie in bianco e nero affiancate da tredici testi narrativi, la serie si svolge attorno a un solo ambiente: una cucina, o meglio, un tavolo da cucina. Una lampada che pende dall’alto, due sedie, un telefono, qualche oggetto quotidiano: questo è il palcoscenico minimale su cui Weems costruisce un racconto complesso, profondo e stratificato. Lei stessa è protagonista degli scatti, ritratta in una successione di scene intime, riflessive, talvolta drammatiche, insieme ad amici, un compagno, una figlia, o in solitudine. Ogni immagine è una finestra su un momento preciso della vita di una donna: un litigio, una cena, un gioco con la figlia, una sigaretta fumata nel silenzio, la compagnia di un’amica, il tempo sospeso dell’attesa o della perdita. Il linguaggio è cinematografico, teatrale, fortemente performativo, ma ogni gesto è anche profondamente reale. Le fotografie, pur costruite con rigore formale, trasmettono emozioni intense: vulnerabilità, forza, dubbio, amore, solitudine. I testi che accompagnano le immagini, scritti dalla stessa Weems, danno voce alla protagonista e la dotano di un pensiero interno, complesso e consapevole, che guida lo spettatore nell’esperienza della narrazione. La combinazione tra immagini e parole agisce come un coro interiore, un flusso di coscienza che scava nelle pieghe dell’identità femminile.
@Carrie Mae Weems
Kitchen Table Series è molto più di un autoritratto: è una meditazione radicale sulla condizione delle donne, in particolare delle donne nere, all’interno dello spazio domestico, nella società e nei rapporti affettivi. Il tavolo da cucina diventa così un luogo di affermazione e di contrattazione del potere, di conflitto e di cura, un’arena esistenziale in cui si ridefiniscono i ruoli, si costruiscono alleanze, si attraversano crisi. Con questo lavoro, Carrie Mae Weems restituisce alla figura femminile nera una complessità raramente rappresentata nell’arte contemporanea: non più musa, oggetto o simbolo, ma soggetto pensante, vulnerabile e potente, protagonista di una narrazione che non teme le contraddizioni.
@Carrie Mae Weems
Kitchen Table Series è un’opera universale perché parte dall’esperienza personale per toccare temi profondamente condivisi: la fatica di affermare sé stessi, la ricerca di amore e autonomia, la tensione tra intimità e identità. È una dichiarazione visiva di matrice poetica che afferma il diritto di una donna e di ogni essere umano di raccontare la propria storia, dal proprio punto di vista, con la propria voce.
Una stanza semplice, un tavolo, una donna che si guarda e ci guarda: lì dove sembra non esserci nulla, c’è il tutto. E Weems, attraverso la fotografia, ci conduce dritti al cuore della questione.
Di Michela Taeggi | 20/06/2025
Le fotografie sono state prese dal web e utilizzate esclusivamente a fini informativi.

