“Mi interessa la questione della narrazione, come la fotografia sia distinta, ma connessa, ad altre forme narrative come la scrittura e il film. Questa idea di creare un momento congelato e muto, che forse alla fine pone più domande che risposte, propone una narrazione aperta e ambigua che consente allo spettatore, in un certo senso, di completarla”. – Gregorio Crewsdon
Trovarsi davanti alle fotografie di Crewdson è come vedere scorrere i fotogrammi di un film, attimi sospesi ed inquieti di una normalità esasperata, che ci ipnotizzano per la loro bellezza e la precisione maniacale con cui sono realizzate, ma che ci mettono anche un po’ in allarme… senza comprenderne razionalmente le ragioni. Non è ciò che vediamo a inquietarci, ma ciò che resta invisibile.
È proprio in questa tensione tra realtà e finzione, tra ciò che vediamo e ciò che intuiamo, che si muove tutta la fotografia di Crewdson.
Gregory Crewdson, dalla serie Dream House (Casa da sogno), 2002 @Gregoy Crewdson @Gagosian Gallery
Gregory Crewdson, serie Dream House (Casa da sogno), 2002 @Gregoy Crewdson @Gagosian Gallery
Staged Photography
Gregory Crewdson (https://www.treccani.it/enciclopedia/gregory-crewdson/), statunitense, classe 1962, è uno dei principali rappresentanti della Staged Photography (https://www.treccani.it/enciclopedia/staged-photography_(Lessico-del-XXI-Secolo) /, un tipo di fotografia basato sulla narrazione e sulla messa in scena in cui il fotografo concepisce un’idea e costruisce ogni elemento in anticipo, come un regista che vuole avere il pieno controllo su come la sua idea verrà visualizzata.
Gregory Crewdson, dalla serie Twilight (Crepuscolo), 1998-2000 @Gregoy Crewdson @Gagosian Gallery
Immagine di backstage @Gregoy Crewdson
Come in un film
Crewdson costruisce set complessissimi e meticolosissimi, con elaborati sistemi di illuminazione e molti “attori in scena”, ogni dettaglio ha una sua ragione, niente viene lasciato al caso. Sono processi che richiedono mesi, a volte anni, con troupe che possono arrivare a 100 persone e la possibilità di chiudere parti di città e costruirne di altre. Un montaggio digitale quasi invisibile ma articolatissimo completa il processo.
Ma, come nei migliori film, ciò che non è mostrato ci viene suggerito, sta a noi capire cosa.
Gregory Crewdson, dalla serie Beneath the Roses (Sotto le rose), 2003-08 @Gregoy Crewdson@ Gagosian Gallery
Gregory Crewdson, dalla serie Beneath the Roses (Sotto le rose), 2003-08 @Gregoy Crewdson @Gagosian Gallery
Le tematiche
Il soggetto principale dei suoi progetti è l’America delle periferie, con tutti i suoi stereotipi, con le tipiche architetture in legno che ne costituiscono un segno identitario, nella sua solitudine e coralità, luoghi decadenti senza nulla di celebrativo…e fin qui potrebbe sembrare quasi una fotografia documentaria, la restituzione di un mondo che più volte abbiamo visto o immaginato.
E invece no. Prima di tutto sappiamo che ciò che vediamo non è reale e poi nelle sue immagini c’è sempre qualcosa di perturbante, come nei film di David Lynch, o di Alfred Hitchcock, qualcosa di straniante, che non ci convince, che sembra normale ma crea inquietudine. Che ci sia qualcosa che non va ci viene suggerito, magari da piccoli dettagli, dalla consapevolezza della presenza di qualcuno fuori che osserva la scena, da atmosfere insolite e sospese.
Edward Hopper, Morning Sun, 1952
Gregory Crewdson, Woman at Sink, 2014@Gregoy Crewdson @Gagosian Gallery
Richard Tuschman, fotografia della serie Hopper meditation, 2013 @ Richard Tuschman
Giovanni Gastel, fotografia della serie After Hopper, 2013 @Giovanni Gastel
Arnaud Montagard, fotografia della serie The Road Not Taken, 2020 © Arnaud Montagard @Open Doors Gallery
Edward Hopper
Molti e colti sono nelle fotografie di Crewdson i riferimenti al mondo dell’arte, del cinema, della letteratura, ma sicuramente il legame con la pittura di Edward Hopper (1882 –1967), https://www.treccani.it/enciclopedia/edward-hopper_(Storia-della-civilt%C3%A0-europea-a-cura-di-Umberto-Eco)/, è il più evidente: inquadrature di luoghi periferici e malinconici, solitudini viste da fuori, tristezza e sospensione del tempo, la consapevolezza di una condizione umana preoccupante e alienata. Staticità, introspezione e attesa quindi, ma anche attenzione alle geometrie e tagli cinematografici, dove luce e colore diventano racconto.
Edward Hopper e le sue tematiche hanno affascinato anche altri fotografi, come Giovanni Gastel (After Hopper), Richard Tuschman (Hopper Meditations) o Arnaud Montagard, e grandi registi come Alfred Hitchcock e Wim Wenders (https://www.youtube.com/watch?v=wxRT_eXGYvg) .
Gregory Crewdson, senza titolo della serie Fireflies, 1996 © Gregory Crewdson @Gagosian Gallery
Fireflies (Lucciole) 1996
Prima di parlare del suo capolavoro vorrei raccontarvi, tra i tanti che amo, di un progetto in bianco e nero dedicato alle lucciole, che apriva la bellissima mostra a lui dedicata nel 2022/23 alle Gallerie D’Italia di Torino. Una serie molto diversa dai suoi più noti e complessi lavori, piccole e poetiche immagini (contrariamente alle sue fotografie generalmente di grande formato) di lucciole, fotografate ogni sera durante un’estate trascorsa sui monti Berkshires. Immagini oniriche che ci raccontano della bellezza e dei significati che la luce assume.
“Per qualche ragione quasi inspiegabile, sono stato attratto dal fotografare le lucciole. Per me c’è qualcosa di così bello e misterioso nel modo in cui illuminano il cielo notturno al crepuscolo. Naturalmente, la luce della lucciola è un richiamo di accoppiamento. Quindi, sono stato davvero attratto da quest’idea della luce come significato, luce come desiderio e luce come, ancora una volta, come narratrice di storie… viviamo in un’epoca così diversa, viviamo nell’era di Instagram, delle foto scattate con i cellulari e dei selfie, e la fotografia esiste nella cultura di massa in modo molto democratico e onnipresente. Queste immagini sono così distanti da tutto ciò perché sono solo pellicola e luce, e per me sono una sorta di promemoria che può essere molto significativo, molto profondo.”
Gregory Crewdson, The Haircut (Il Taglio di Capelli), della serie Cathedral of the pines, 2014 © Gregory Crewdson @Gagosian Gallery
La trilogia (2012-2020), ovvero il capolavoro
Gregory Crewdson, Mother and Daughter (Madre e figlia), della serie Cathedral of the pines, 2014 © Gregory Crewdson @Gagosian Gallery
Il lavoro più noto di Gregory Crewdson, trasferito in libri di successo ed esposizioni, parte da una serie denominata Cathedral of the pines (2012-2014), nome preso in prestito da un sentiero nei Berkshires, dove si era ritirato in seguito ad un periodo molto difficile della sua vita. L’ambientazione oscilla tra il mondo esterno e selvaggio delle foreste e interni tristi e desolati, ma in ogni caso, più che nel mondo, ci sembra di trovarci nella psiche umana. Protagonisti sono amici e parenti, o comunque non attori, che contribuiscono a fare del lavoro una serie intima, e un colore quasi pittorico per atmosfere malinconiche. Lo stesso autore ce ne parla qui: https://www.youtube.com/watch?v=K4asZp1kAQ0
Gregory Crewdson, dalla serie An Eclipse of Moths, 2018-19, © Gregory Crewdson @Gagosian Gallery
La seconda parte, An Eclipse of Moths, L’eclissi delle Falene, è del 2018-19 e ha un cuore simbolico in questi insetti che la luce confonde e attira, una luce che quindi non è elemento di speranza ma condizione che richiama le figure perse. Siamo in una città decadente dove tutto appare vulnerabile, dove prevale il senso di rottura e disagio, che ci racconta di un qualcosa che è successo, ma non sappiamo esattamente cosa.
Se la prima parte era soprattutto un’azione intima e introspettiva questa è pensiero politico, che allude alla decadenza della società dopo la prima elezione di Trump.
https://www.youtube.com/watch?v=BApFjL-l34A
Gregory Crewdson, dalla serie Eveningside, 2020 © Gregory Crewdson @Gagosian Gallery
Chiude la trilogia Eveningside, Lato serale, del 2020, che della prima serie riprende l’inquietudine interiore e della seconda l’esteriorizzazione di un pensiero sociale. Immagini in bianco e nero fissano dei momenti quotidiani in una città in cui è rimasto solo il senso di vuoto e di fuga, in cui prevale la rassegnazione.
https://www.youtube.com/watch?v=aAguhHcMnk0
Gregory Crewdson, The Shed, 2013 ©Gregory Crewdson @Gagosian Gallery
E quindi…
“Sono interessato a tutto quello che è inspiegabile, che per me consiste nel trovare un mistero inaspettato nella vita di tutti i giorni. È per questo che l’ambientazione delle mie foto deve risultare familiare, con i costumi, l’arredamento e i soggetti scelti. Sono poi la luce e il colore a caricare la scena con un’altra atmosfera”.
Immagini quindi apparentemente innocue e quotidiane, ma pervase da un senso di mistero, di sospensione, di tragedia che sta per accadere (e noi siamo lì, un attimo prima) o che è appena accaduta, che ci attira e spaventa al tempo stesso.
Uno spazio sospeso tra immagine e racconto quello in cui si muove lo sguardo di Crewdson, che noi siamo invitati a completare.
Per approfondire:
https://www.ilgiornaledellarte.com/Mostre/Gregory-Crewdson-i-desideri-e-le-paure-del-nostro-tempo
https://www.youtube.com/watch?v=5Nchh7EvlSI
Articolo di Elena Barbaglio, 1/4/2026
Le fotografie sono state prese dal web e utilizzate esclusivamente a fini formativi.